Il mondo fino a ieri

cop.jpgJared Diamond, Il Mondo Fino a Ieri, Cosa possiamo imparare dalle società tradizionali Ed.: Einaudi, 2013 Prezzo di copertina: € 29,00

Laggiù, in zone del nostro pianeta dove gli ecosistemi sono talmente vergini da avere conservato catene alimentari completamente composte di diverse specie di zanzare, esistono uomini e donne che vivono ancora oggi come i nostri antenati prima dell’invenzione dell’agricoltura, millemila anni fa. Le loro società sono molto diverse dalla nostra: praticamente passano tutta la vita (15 anni per gli uomini, 13 per le donne) in un fazzoletto di terra delle dimensioni del bagno di Villa Grazioli organizzati in gruppi così minuscoli che nelle loro lingue non esiste una parola per dire “cugino”. Cosa possiamo imparare da queste società, noi altri sei miliardi e fischia che ce ne stiamo globalizzati e organizzati politicamente in mega blocchi continentali? Ovviamente niente, è la mia tesi. E questo non perché noi siamo superiori, ma semplicemente perché i contesti sono talmente diversi che. Invece per Jared Diamond qualcosa possiamo imparare, e questo è, a mio avviso, quel che non funziona del libro. La cosa che funziona, invece, sono le descrizioni della vita nelle società tradizionali, le esperienze personali e le riflessioni dell’autore (un tizio che ogni anno si sciroppa un mese con gli indigeni nelle foreste della Nuova Guinea): i diversi gruppi aborigeni dell’ Arcipelago Indonesiano, dell’Africa, della Polinesia e dell’America Meridionale vengono esaminati su undici diversi aspetti della vita sociale (dalla guerra all’alimentazione, dalla religione alla pedagogia). Questa è la parte interessante. Ma l’idea portante (possiamo imparare qualcosa?) non riesce a sostenere il libro (ma cosa vuoi che possiamo imparare?) e ricorda un po’ quelle conclusioni dei temi delle elementari “da tutto questo dobbiamo concludere che la guerra è una cosa brutta” “l’esperienza delle tribù del Sarawak interno, nella valle fra il monte Tamboga e il Fiume dei Serpenti, ci aiuta a prendere coscienza del fatto che attraversare la strada è pericoloso”. Perché non dare un taglio esclusivamente etnografico, senza altre pretese? Sarebbe già stato interessante così.