La versione di Barney

download.jpgMordechai Richelr, La versione di Barney Ed.: Adelphi, 2005 Prezzo di copertina: € 12,00

La versione di Barney è una scatola che ci insegna delle cose sull’anticonformismo. Se vedi la scatola da dentro (e durante tutta la lettura la vedi così) Barney è un anticonformista: dice parolacce, sputa sulle convenzioni e, soprattutto, odia il politically correct (e, ragazzi, come si fa a non dargli ragione?). Nelle conversazioni dà risposte definitive, acide, corrosive, proprio quelle che vorremmo dare anche noi durante le conversazioni, ma che di solito ci vengono in mente solo il martedì sera della settimana dopo, mentre ci passiamo il filo interdentale. “Ah! Se mi fosse venuto in mente subito questa risposta” ci diciamo. E ci rifacciamo la scena e cerchiamo di immaginare che faccia avrebbe fatto l’interlocutore se avessimo detto proprio quella cosa li. Invece Barney è così: a lui vengono in mente subito. Come fa? E’ un diavolaccio. Per cui si finisce questo libro anche molto divertente, e ci si sente anche molto anticonformisti. Proprio come Barney. Poi si esce dalla scatola, e la si guarda da fuori. E quello che si vede è una storia di lui che ha un caratteraccio ma in fondo ha un cuore d’oro, che mette assieme molti soldi per cui finisce in un contesto sociale comunque piacevole, da bella vita, conosce tante donne ma ne ama davvero solo una e quando quella se ne va lui pensa per sempre solo a lei. Mi sono scordato qualcosa?  Ah si. Tutti lo accusano: ma, a quanto emerge, ingiustamente. Alla fine di tutto, uno si chiede, sarà davvero così anticonformista come sembra questo libro? Che ci importa: si ride molto.

La Forza e La Fede

9788842072379.jpgPierpaolo Merlin La Forza e La Fede Vita di Carlo V Ed.: Laterza, 2004 Prezzo di copertina: € 24,00

In un angolo in alto a destra del planisfero di Eratostene, stretta fra l’Africa, il Boristene e l’Oceano Settentrionale, ci sta Europa, in bilico a cavallo del suo toro, e dentro Europa ci stiamo noi. Da quando Stilicone ebbe la felice idea di ritirare le truppe dal limes renano, che costano tanto e in fondo lì non fanno niente, e Onorio rispose alle suppliche dei romano-britanni con un imperiale quanto memorabile rescritto (“arrangiatevi”), Europa oscilla fra un ideale di unità ed una realtà di divisione. Nei tempi d’oro le divisioni non impensieriscono: a cosa serviva l’unità europea nell’ottocento, quando, per esempio (era il febbraio del 1862) John Dekker, un giovane fattorino di Portsmouth, piantato dalla fidanzata Jane, prese una solenne sbronza, si perse sulla strada di casa e tre mesi dopo, capitato non si sa come e  non ancora del tutto sobrio nell’ Africa Equatoriale, conquistò da solo alla corona britannica Kenia Uganda e Rwanda? Al tempo le cose andavano così e i padroni del mondo potevano scannarsi fra loro senza pensieri. Eh, è stato un bel quarto d’ora. Ma oggi siamo di nuovo ai tempi bui, agli infedeli saracini alle porte, ai tartari, ai moscoviti, a cui si sono aggiunti anche i cugini di oltre oceano che hanno il nostro stesso sangue, che siamo alleati, che ci vogliamo un gran bene e fanno dei film che sono uno spasso, ma, com’è come non è,  non si può andare a prendere un gelato con la fidanzata che si sbatte il naso contro una loro base militare. E allora l’unità torna di moda.   Ci sono quelli che dicono, ad esempio, che l’unità si fa non con la costruzione di un super stato, ma nel rispetto delle peculiarità locali, perché bisogna fare non l’Europa burocratica, ma l’Europa delle nazioni. Uno che ci ha provato, a fare questa Europa delle nazioni è stato il buon Carlo V, con un sistema che sembrerà anche bislacco a noi moderni (mettiamo a capo di ogni nazione un parente così si risolvono tutte le dispute continentali al pranzo di Natale) ma insomma noi abbiamo fatto la moneta unica senza l’unità politica, dicendoci intanto facciamo questo poi vediamo che succede, chi siamo noi per giudicare? Carlo era un personaggio storico che è difficile non amare:  stupido, cocciuto come un mulo, un culo di pietra, un animale da scrivania. Se c’era uno che ce la poteva fare era lui. E non solo non ce l’ha fatta, ma gli sono venuti i capelli bianchi a ventidue anni, e in tutti i ritratti che gli hanno fatto sembra uno a cui potrebbe spalancarsi una botola sotto in ogni momento. Questa potrebbe essere una lezione: fino a che ci saranno gli stati nazionali, l’Europa va poco lontano. E forse, chi vuole l’Europa delle nazioni, vuole più bene alle nazioni che all’Europa. Il ritratto di Pierpaolo Merlin è efficace, esauriente, divertente. Soffre un po’ il complesso di inferiorità nei confronti di Karl Brandi, un mostro sacro che si è già misurato con la figura di Carlo, ma secondo me senza ragione. E’ una lettura piacevole, che in definitiva riesce quasi a compensare l’ammiccamento osceno alla Fallaci del titolo.

Il mondo fino a ieri

cop.jpgJared Diamond, Il Mondo Fino a Ieri, Cosa possiamo imparare dalle società tradizionali Ed.: Einaudi, 2013 Prezzo di copertina: € 29,00

Laggiù, in zone del nostro pianeta dove gli ecosistemi sono talmente vergini da avere conservato catene alimentari completamente composte di diverse specie di zanzare, esistono uomini e donne che vivono ancora oggi come i nostri antenati prima dell’invenzione dell’agricoltura, millemila anni fa. Le loro società sono molto diverse dalla nostra: praticamente passano tutta la vita (15 anni per gli uomini, 13 per le donne) in un fazzoletto di terra delle dimensioni del bagno di Villa Grazioli organizzati in gruppi così minuscoli che nelle loro lingue non esiste una parola per dire “cugino”. Cosa possiamo imparare da queste società, noi altri sei miliardi e fischia che ce ne stiamo globalizzati e organizzati politicamente in mega blocchi continentali? Ovviamente niente, è la mia tesi. E questo non perché noi siamo superiori, ma semplicemente perché i contesti sono talmente diversi che. Invece per Jared Diamond qualcosa possiamo imparare, e questo è, a mio avviso, quel che non funziona del libro. La cosa che funziona, invece, sono le descrizioni della vita nelle società tradizionali, le esperienze personali e le riflessioni dell’autore (un tizio che ogni anno si sciroppa un mese con gli indigeni nelle foreste della Nuova Guinea): i diversi gruppi aborigeni dell’ Arcipelago Indonesiano, dell’Africa, della Polinesia e dell’America Meridionale vengono esaminati su undici diversi aspetti della vita sociale (dalla guerra all’alimentazione, dalla religione alla pedagogia). Questa è la parte interessante. Ma l’idea portante (possiamo imparare qualcosa?) non riesce a sostenere il libro (ma cosa vuoi che possiamo imparare?) e ricorda un po’ quelle conclusioni dei temi delle elementari “da tutto questo dobbiamo concludere che la guerra è una cosa brutta” “l’esperienza delle tribù del Sarawak interno, nella valle fra il monte Tamboga e il Fiume dei Serpenti, ci aiuta a prendere coscienza del fatto che attraversare la strada è pericoloso”. Perché non dare un taglio esclusivamente etnografico, senza altre pretese? Sarebbe già stato interessante così.